ARCHITETTURA

UNA MISTERIOSA CREATURA INTERVISTA L’ARCHITETTO MEZZASOMA




- Ti ringrazio innanzitutto per il tempo che tanto gentilmente ti sei offerto di concedermi...
MF: Sono io che devo ringraziarti... Sono rimasto lusingato dalle tue parole e non vedevo l'ora di incontrarti.
- Guarda ti giuro, essere qui di fronte a te, non so... mi sembra un sogno. Poterti parlare... che emozione.
MF: Sono io che mi sto chiedendo da quando ti osservo se sogno o son desto, mai vista una creatura tanto bella,i tuoi lineamenti sono di una grazia metafisica, la tua pelle è talmente candida da sembrare avorio,un uomo non può pretendere di leggere viso più soave...
La tua voce, non me la immaginavo tanto incantevole. Sembra il suono che produce la pioggia estiva quando si scontra sulle fronde degli alberi.
- Tu mi lusinghi un po’troppo, credo che tu voglia ripagarmi dei complimenti che ti ho fatto, ma i miei sono sinceri, puri...
MF: Perché vorresti farmi credere di sentirti diversa da come ti ho descritta? Anch'io sono sincero...
- Mi metti in imbarazzo, ti prego.
MF: Se Dio ti ha donato la bellezza perché vergognarsene.
- Vorrei essere giudicata per quello che ho dentro, trasmetto e, non per come mi vedono gli altri. Comunque accetto i tuoi complimenti, credo siano sinceri. Adesso però ti prego parliamo di te che non vedo l'ora di conoscerti un po’ meglio...
MF: Io invece voglio sapere come ti chiami.
- Non ho nome, o meglio...
MF: ...Non si può non avere un nome.
- Certo che può essere, basta non essere fisici. Di carne. Io non ho un nome e se davvero vuoi tentare di saperlo, prova ad interrogare il vento.
MF: Il vento è distratto, cosa vuoi che suggerisca...
- Parla di me, e dei posti che ho veduto e visitato.
MF: Te lo voglio sentire pronunciare...
- Non è un suono che conta adesso, sei tu che conti, voglio sapere di te. Non devi sapere di me.
MF: E perché?
- Perché sei tu che la notte accompagno nei tuoi straordinari viaggi...
MF: Che cosa conta per te...
- Gli elementi.
MF: Quali.
- Il fuoco che hai dentro, l'aria che respiri, la terra che calpesti e su cui giaci, l'acqua che bevi.
MF: Di quale fuoco parli?
- Delle fiamme che riesco a vedere quando ti siedo accanto, nottetempo. Che si frustano da tanto che si muovono sinuose, nel buio della notte. Nell'oscurità. Della luce che emanano.
MF: Posso toccarti?
- Svanisco se mi tocchi... mi dissolvo. Puoi solo parlarmi. Fai finta sia un sogno. Ma non lo sono.
MF: Sei così bella... vorrei che tu fossi fisica, e ti amerei.
- Dimostrami cosa provi per me, parlami di te e del tuo modo di fare architettura, di quello che ti vedo fare e che mi affascina ma che a volte non comprendo...
MF: Non avrò la pretesa che tu comprenda, fino in fondo intendo, né di insegnarti a fare architettura perché io non mi reputo un maestro e non potrei mai reputarmi tale, io sono niente. Maestri ve ne sono stati e ve ne saranno, io forse non lo sarò mai. Posso parlarti di come concepisco l’architettura, gli insegnamenti che seguo, i miei gusti, le scelte che faccio in genere di fronte a questo o quel particolare approccio... Ti parlerò di come nasce la mia architettura...



MEZZASOMA: STUDI COMPOSITIVI PRELIMINARI PER LA NUOVA METROPOLITANA FIORENTINA, 1996


Prima di tutto considero il carattere del committente e quindi del futuro utilizzatore. Una grande differenza ad esempio sta nel fine ultimo dell’opera ovvero, se essa è privata o pubblica. Questa fase di indagine preliminare la considero molto importante, perché il manufatto architettonico secondo me deve rispecchiare per un terzo il progettista e per i due terzi il suo fruitore. Quando mi occupo di edilizia privata, mi preoccupo di conoscere il più possibile chi dovrà vivere all'interno del nuovo oggetto, cercando di carpirne il carattere, le sensazioni, le sue abitudini, i suoi sogni... Quando invece la commessa riguarda un edificio pubblico, indago muovendomi fra la gente del luogo dove in futuro l’opera verrà edificata. Poco importa se all’estero o in capo al mondo. Devo indagare. E lo devo fare personalmente.



MEZZASOMA: SOLUZIONE DEFINITIVA PER LA NUOVA METROPOLITANA FIORENTINA, 1996. PRIMO CLASSIFICATO


Si può capire tantissimo del carattere degli abitanti di una città semplicemente visitandola o camminando in questo o quel centro commerciale, prendendo un aperitivo nei dintorni del luogo dove sorgerà il futuro complesso residenziale o museo o cinema ecc... Si ha un’idea di come siano le persone, il loro modo di vestire, il grado di cultura, quello che reputano essenziale, quello di cui non riescono a fare a meno, quello che invece reputano fastidioso o inopportuno, brutto o superficiale. E’ importante, non è certo un metodo scientifico, ma è comunque meglio di niente. Il più delle volte ricorro ad una persona del posto di mia conoscenza o comunque di fiducia, che mi indica la maggior parte delle cose anzidette.
Inoltre, di fondamentale importanza reputo sia il rispetto più totale verso il ”luogo”, nel quale ci stiamo confrontando. Credo che ogni buon progettista debba aver rispetto dello spazio che circonda la sua nuova “creatura”. Tentare di fondere e di plasmare la “figlia” dé suoi ragionamenti con grazia, nel posto che da li a poco andrà ad accoglierla.



MEZZASOMA: CONCORSO INTERNAZIONALE PER IL NUOVO WATERFRONT DI LIVORNO, 2002. VINTO EX EQUO


- Vorrei tanto sapere quanto reputi importante la forma dei tuoi oggetti, e quanto credi sia importante rispetto alla funzione dell’opera.
MF: Vedi, credo che la funzione e la forma siano due teneri amanti che soffrano terribilmente la solitudine. Quindi è bene non lasciarli mai soli. E’ inconcepibile creare il “bello” e non “l’utile” e quindi l’inverso. A differenza degli esseri umani che difficilmente appartengono contemporaneamente ad entrambe le categorie, l’architettura può riuscire ad avere tutti e due questi connotati. Pensa com’è strano il mondo, esseri imperfetti possono progettare oggetti perfetti. Ogni buon progettista, che si trovi a realizzare casa, scuola, grattacielo, stadio, stazione, teatro, deve tener conto di tutti e due gli aspetti.. Non si deve separare i due concetti. Occorre al contrario fonderli in un rapporto paritetico. Se immaginassimo di avere una libra sui cui piatti porre i due aspetti, il bravo architetto, dopo averli collocati sopra la bilancia dovrebbe essere così bravo da togliere il fermo ed osservare la stessa in perfetto equilibrio.
Allora si raggiunge il massimo.



MEZZASOMA: LIVORNO, PLANIVOLUMETRIA DI STUDIO PER LE PROPORZIONI DEI VOLUMI


- Parti prima dall’uno o dall’altro?
MF: Inizio sempre dalla pianta, ma è impensabile parlare di inizio... in architettura non c’è principio, o fine. Sai perché? Perché se si sta realizzando qualcosa di veramente singolare, intelligente, si analizza l’opera in tutte le sue possibili varianti, all’unisono... deve essere un concerto di sensazioni. Stendo una pianta in genere per prima è vero, ma faccio subito un’analisi dei prospetti e sezioni a non finire se l’opera è complessa, altrimenti se l’oggetto in questione è semplice, realizzo assonometrie e prospettive d’insieme. Successivamente, quando sono soddisfatto del risultato in termini di forma, analizzo i flussi, i percorsi, la giusta collocazione degli ingressi, la razionalità delle uscite, ecc...
- Al computer?
MF: No, tutto rigorosamente a mano libera, adoro disegnare. Il computer è un gioco, l’architettura è una cosa seria. Nella fase preliminare voglio plasmare il progetto con le mani.
- Con che cosa disegni in genere?
MF: Matite medio fini, o matite di larga sezione dalla mina morbida. Lapis, penne a china, pennarelli di grosso spessore, a volte utilizzo persino pastelli o carboncini.
- Hai un modulo di riferimento, o uno schema?
MF: Sia l’uno sia l’altro. Adoro le forme semplici. Quadrato. Rettangolo. Inizio sempre con il disegnare un quadrato, due quadrati o più che ruotano, si intrecciano, compenetrano, intersecano, si evolvono. Una danza. E’ come se una forma ballerina si divertisse a muoversi nel foglio producendo uno schema di riferimento che sarà poi, la base del tutto.
- Perché il quadrato...
MF: E’la figura per eccellenza. Che diviene elemento primo. Pensa agli uomini primitivi. Nessuno fra di loro si sarebbe mai immaginato di disegnare un cerchio o un’ellisse o una qualche figura complessa. Il quadrato è “la figura” che istintivamente i primati utilizzavano per disegnare e con la quale tracciavano i segni dei confini dei terreni, edificavano, costruivano recinti, realizzavano granai, ecc.. Se avessimo disegnato a terra un cerchio all’uomo erectus, probabilmente avremmo determinato scompiglio e panico, caos, terrore, e forse ci avrebbe aggredito uccidendoci. Perché si ha paura di ciò che non si comprende. Altre forme complesse, o evolute, sarebbero state fraintese o ritenute malvagie. Il mio desiderio è quello di realizzare un’architettura che parta dalla base della conoscenza e evolverla fino a farla diventare “degna” agli occhi di chi l’osserva.
- In cosa si evolve solitamente...
MF: Un quadrato diventa un cubo. Sempre.



MEZZASOMA:STUDIO PRELIMINARE PER UN MUSEO D'ARTE CONTEMPORANEA A TRIESTE


Rifletti, fino alla metà dell’800, non vi erano teorie sulla nascita del costruire e sui fondamenti architettonici al di fuori che di quelli Greci o Vitruviani. Poi, Semper, un teorico tedesco, ritenne che forse l’inizio, l’alba del costruire, l’embrione del modo di fare architettura, fosse la tenda. Una tenda. Non so se egli avesse ragione oppure asserisse il giusto Vitruvio, che al contrario parlava di legni piantati a terra, i “tronconos”. Essenziale, anche se l’idea dell’uomo che vive in alto per proteggersi è più plausibile, è stata l’idea di Semper per farmi immaginare l’elemento primevo per eccellenza – il quadrato – che diviene cubo.
Come diventa cubo? Pensa ad un quadrato che ha sulla base 4 teli. Non appena si solleva si ottiene un corpo tridimensionale.
Protezione.
Prospetto.
Volume.
Geometria resa solida.
Architettura.
Ecco il motivo del fascino che mi trasmette il quadrato. Molto più del cerchio o del triangolo. Lo trovo perfetto.
- Non troveresti ugualmente affascinate una sfera?
MF: La sfera è un bellissimo oggetto, ma pensa a sfruttare lo spazio dentro ad un solido del genere. Un committente deve pagare lo stesso volume di costruzione per poterlo sfruttare 4 volte di meno. La sfera è scultura, la sfera è design, arredo, ma non può essere architettura, almeno quella razionale.
- Il tuo modulo di partenza quindi è il quadrato, poi il cubo, che si trasformano in che cosa...
MF: Una sovrapposizione o una concatenazione. I volumi si compenetrano o si sommano, si innalzano. Talune volte adoro reciderli, sezionarli, portare all’esterno ciò che non può e non deve sfuggire all’occhio di un potenziale osservatore esterno. Dettagli incelabili.


MEZZASOMA: PROGETTO PRELIMINARE PER LA PIANTA DI VILLA PARDINI,LUCCCA, 2000

- Quali sono i materiali che prediligi?
MF: Adoro i giochi di contrasto. Legno e acciaio. Legno e vetro. Cemento armato realizzato in sezioni sottili e pietra naturale. Vetro e pietra naturale. Cemento e muratura di mattoni. Inoltre anche i materiali debbono dettare forme e non subirle. Vi sono forme categoriche. L’arco è di mattoni. La linea è d’acciaio. La forma fantastica e immaginaria, astrusa resa solida è in cemento armato. Creta che si solidifica.
- Sono importanti i dettagli nel tuo fare architettura?
MF: Adoro i particolari costruttivi. Potrei schizzare ore un dettaglio. A mano libera, provando varie scale cromatiche e diverse tecniche di rappresentazione, utilizzando supporti e strumenti diversi. L’oggetto architettonico è come il corpo di una bella donna. Se di per sé è ben proporzionato, dettagli studiati a dovere non possono che renderla ancora più bella. D'altronde,ciò che secondo me fa la differenza in una moltitudine di belle donne sono proprio i dettagli. Le mani, i piedi, gli occhi, le labbra, le caviglie. Anche in un oggetto architettonico si può misurare la qualità e la bellezza dello stesso attraverso la cura che si è dedicata ai particolari.
- Quindi apprezzi le mie mani?
MF: Non desidererei essere accarezzato da mani più belle.
- Farò finta di crederti...
Vorrei farti una domanda importante; chi sono i tuoi punti di riferimento.
MF: Ho sempre adorato coloro i quali si siano distinti per aver avuto il coraggio di rompere degli schemi, oppure per aver espresso una determinata coerenza con le loro idee e non da meno quelli che hanno dimostrato una genialità genuina, spontanea.


MEZZASOMA:RILIEVO DELLO STATO FESSURATIVO DI CASA COLONICA PROPRIETA' GIOVANNELLI, NOCCHI, CAMAIORE, LUCCA

- Sarebbe?
MF: Beh, è quasi impossibile fare un “elenco”. Sarebbe riduttivo e ingeneroso. Potrei decretare un grande per ogni epoca.
- Allora proviamo a fare un gioco; per quanto stupido credo però efficace. Una civiltà aliena si impossessa della terra. Mostra il suo strapotere militare distruggendo ogni opera architettonica, tranne una. Tu hai l’onore di scegliere quale sia l’opera in questione. Se tu dovessi decidere quale fosse da consegnare alle generazioni future come testimonianza del perfetto costruire cosa sceglieresti?
MF: Morirei di dolore. Io, un grande ammiratore del rinascimento, forse il più grande appassionato della storia architettonica dei secoli quindicesimo e sedicesimo, dovrei comunque trovare il coraggio e fare il nome dell’opera più straordinaria di tutti i tempi, facendo crollare a malincuore i palazzi, le chiese, le ville signorili, dei grandi architetti da me adorati.
- Salveresti quindi?
MF: Il Pantheon.
- Perché?
MF: Perché l’efficacia delle sue proporzioni, l’audacia del suo schema strutturale, la genialità dei suoi rapporti, sono unici. Dobbiamo pensare che ciò che vediamo adesso è un’opera realizzata duemila anni fa. E soprattutto dobbiamo riflettere sul fatto che fino ad allora niente del genere era mai stato costruito. Per quei tempi era come se adesso qualcuno riuscisse a costruire un grattacielo alto due kilometri e a renderlo in qualche modo completamente autosufficiente dal punto di vista energetico. E non è solo l’audacia della tecnica che appassiona, ma la perfetta fusione del tutto. Quando vi si entra dentro, si ha l’impressione di essere entrati nell’ ”opera”, il capolavoro per eccellenza.
- E quali sono i più grandi architetti che tu ammiri e quali sono i tuoi modelli di riferimento?
MF: Nel periodo rinascimentale le più grandi architetture ce le hanno lasciate Brunelleschi e L’Alberti. Se dovessi scegliere fra i loro capolavori direi per il primo, la Cappella Pazzi in S.Croce a Firenze e la chiesa di S.Spirito. Per il secondo, Palazzo Rucellai e Il S. Andrea di Mantova. Le loro opere riportano l’architettura alle origini del vecchio e intramontabile stile romano. Le proporzioni solenni, le magnifiche relazioni fra le parti. Ebbero il coraggio di tagliare fuori completamente le regole dell’”opus francigenum” che in quel periodo andava per la maggiore. Seppero utilizzare al meglio la lezione lasciatagli dai classici e la generazione dei fiorentini a loro immediatamente precedenti quali Arnolfo di Cambio, Neri di Fioravanti e Giotto. Passarono mesi e mesi a Roma, Brunelleschi e Donatello, per studiare proporzioni e materiali, volumi e rapporti. Francesco di Giorgio Martini progettò opere con le quali si distinse per audacia ed eleganza, come il S. Bernardino ad Urbino, il Palazzo Ducale e S. Maria del Calcinaio a Cortona. Nel frattempo Bramante a Milano stupiva il mondo con le sue opere sublimi, tutte, indistintamente meritevoli di mansione. Anche i Sangallo si dedicarono sulla scia del Brunelleschi nella ricerca della purezza e della “rivoluzione” rinascimentale. Essi hanno lasciato un segno indelebile in Toscana. Palazzo Gondi di Giuliano a Firenze è un’opera magnifica. Per non parlare della villa a Poggio a Caiano che ha progettato per conto dei Medici e di S. Maria delle carceri a Prato. Altro esempio straordinario di eleganza e di perfetta lezione di sovrapposizione e concatenazione di ordini è la chiesa di S. Biagio a Montepulciano di Antonio da Sangallo il Vecchio. Un’opera di una bellezza quasi ineguagliata nel campo degli edifici sacri... Ma anche al di fuori della Toscana il fermento intellettuale e lo spirito della ricerca spinse altri grandi protagonisti a prodursi in opere eterne che ammiro moltissimo. Il palazzo Massimo alle Colonne di Peruzzi e Palazzo Caprini a Roma di Raffaello furono gli esempi più eclatanti di rottura degli schemi nella Roma rinascimentale e proto manieristica. Furono per decenni esempio insuperabile per le generazioni dei giovani architetti. Di Michelangelo adoro la biblioteca Laurenziana a Firenze. Grandi esempi sono anche le ville e le chiese di Palladio nel veneziano. E poi i grandi Borromini e Bernini, gli unici che salvo di un periodo barocco che poco seppe donare ai veri amanti dell’architettura. Poi si passa a quello che definisco il secondo medio-evo, per quanto riguarda la storia dell’architettura, un periodo buio, senza idee, né particolari invenzioni. Una continua imitazione e malsana rivisitazione del rinascimento.



F.L.WRIGHT E ALLIEVI NEL SUO STUDIO A CHIGAGO, ILLINOIS, USA, 1950.


E finalmente la grande scuola americana, quella di Sullivan, Rusckin, Price, l’unica degna di mansione alla fine del diciannovesimo secolo. Una nuova rinascita. Il frutto degli studi e degli insegnamenti di questi maestri fu un uomo di nome Frank LLoyd Wright. Quando Progettò la Winslow House, nel 1893, il proprietario era sbeffeggiato e si vergognava di mostrarsi in pubblico. Era rivoluzionato per sempre l’esempio delle case in “stile” inglese, lo shingle, quello dei fienili, delle colonie, del “Queen Anne”, delle case a punta in legno. Il proprietario non sapeva che la sua abitazione come molte delle successive che egli progettò, sarebbe entrata di diritto nella storia dell’architettura. Wright è stato un uomo dalla creatività sbalorditiva, dalle capacità infinite. Vorrei poter lambire, e non lontanamente eguagliare sia chiaro, la sua incredibile capacità di risolvere ogni problema gli venisse sottoposto. E’ sempre riuscito a stupire, ogni qual volta egli si fosse impegnato nella realizzazione di un qualche progetto. Edificò strutture in cemento armato, in muratura, in legno, in pietra, sempre “rivoluzionando”. Acciaio celato da muratura, cemento armato celato da muratura di mattoni e cemento, un “giullare”, legno che copriva ferro... e così via, come lo fu Adolf Loos. Sbeffeggiava chi tentava di imitare il suo stile e poi lui si spingeva oltre il suo imitatore. Storico fu il discorso che tenne nel 1901 in occasione del convegno The art end craft of the maschine; “... delicati, raffinati elementi di terracotta diventano conci e blocchi finti di pietra lavorata tormentati nel vano tentativo di diventare onesti; i blocchi di granito tagliato secondo lo stile dei testimoni di Fidia, ingegnosamente disposti intorno alle travi e ai pilastri d’acciaio per sembrare << veri >>, gravano pesantemente su di uno scheletro interno di acciaio che li sostiene da piano a piano, che regge lo sforzo stando sotto quella << realtà >> e che io penso cadrebbe volentieri morto di vergogna.” Cose che egli stesso faceva, basti ricordare due suoi grandi capolavori come L’Unity Temple a Oak Park, del 1904, che presenta all’esterno una struttura di mattoni a vista che sembra abbia funzione portante ma che cela all’interno una struttura portante in C.A. e il meraviglioso Larkin Building dove una apparente struttura in cemento e muratura celava il vero scheletro portante in acciaio. All’età di quasi ottanta anni, progettò il Guggenheim Museum a NY, stupendo di nuovo, ancora rivoluzionando, inventando, creando del nuovo. Le sue case dalla Dana House, alla Heurtley, dalla Kaufmann alla Storer, e la Robie, la Coonley. Ognuna esempio ineguagliato per l’epoca. Appiattì l’orizzonte delle case dette della “prateria”, e lavorò sulla composizione per piani. Egli era famoso anche per la maniacale cura del dettaglio architettonico e dell’arredo. I suoi tavoli, le sedie, le vetrate. Tutto progettato richiamando i tenui, deliziosi colori autunnali, i marroni spenti, i gialli, i rossi leggeri, gli azzurri. I ricami della natura.




MEZZASOMA:INTERNATIONAL COMPETITION FOR A F.L.WRIGHT MEMORIAL BUILDING,CHICAGO,ILLINOIS,USA,1997. PRIMO CLASSIFICATO


E’ l’America di Loius Kahn, dalla cui poetica traggo molta ispirazione. Anch’egli come Wrigth fondava la sua rivoluzionaria “lezione” sulla cura spasmodica dei dettagli tecnologici, la cura dei materiali e sulla realizzazione per mezzo di sviluppo del quadrato, del cubo, dei volumi elementari, nati dall’estrusione di forme semplici. Grande maestro, ineguagliato pensatore e filosofo del costruire. I suoi asserti sono ancora di un’attualità e di una bellezza senza eguali. E’ sicuramente il mio punto di riferimento preferito. Inutile parlare delle opere di Kahn, non se ne può parlare soltanto è uno stupro nei confronti dell’architettura.
Occorre studiarle, saperle interpretare, visitarle. I l’ho fatto, per ognuna.



LOUIS KAHN, PHILADELPHIA, PENNSYLVANIA, USA, DICEMBRE 1972.




LOUIS KAHN, IL QUADRATO GENERATORE DI FORME




LOUIS KAHN, I PIENI E I VUOTI




LOUIS KAHN, STUDI COMPOSITIVI E DI DETTAGLIO




MEZZASOMA, PLASTICO PER LO STUDIO DEI VOLUMI DELLA SINAGOGA DI HURVA, L.KAHN, 1968, GERUSALEMME


- E in Europa? Non c’è stato più nessuno che aveva nel frattempo qualcosa di interessante da proporre, da insegnare... qualcuno che fra i moderni avesse qualcosa da dire di importante secondo te?
MF: Certo. Nel periodo pre-bellico il grande Architetto Italiano Giuseppe Terragni, seppe influenzare tutto il mondo, con poche opere tra l’altro perché morì molto giovane. Il suo Asilo nel quartiere S. Elia a Como e la Casa del Fascio, sono stati e sono considerati esempi magnifici di architettura. La sua lezione superò di diritto i confini d’Italia e fu assorbita dalla scuola giapponese degli anni cinquanta, influenzò molto anche i grandi architetti americani razionalisti di metà novecento. In Italia poi, si sono susseguiti gli imitatori fino ai tempi nostri.
In Francia, la lezione moderna di Le Corbusier, ebbe lo stesso risultato in termini di ricerca di Wrigth negli Stati Uniti. Anch’egli a breve divenne icona di riferimento per il mondo intero. Credo al pari di Wright. Inventò, rivoluzionò, scardinò i concetti a lui contemporanei. Un maestro. Sicuramente il più grande architetto moderno in Europa. Anche Perret fu grande. In quella terra.
In Germania Mies van der Rohe produsse opere sublimi come la casa Farnsworth nell’Illinois, una delle opere più imitate in America. Casa di vetro, leggera, trasparente, aggraziata.
Victor Horta, maestro Belga del dettaglio, famoso il suo stile della “linea che tende allo zero” architettura che muta, silente, con indiscussa ed efficace grazia.
- Allora se dovessi riassumere e dire in due parole i maestri che più influenzano il tuo modo di fare architettura e il tuo modo di porti dinanzi ad una nuova sfida progettuale...
MF: Louis Kahn per le piante, i volumi e la determinazione dei vari spazi di utilizzazione, lo studio dei dettagli. Per lo studio dei prospetti, e i rapporti fra pieni e vuoti. Terragni, quando utilizzo il C.A. Terragni, rese il cemento delicato come il vetro, bello come un involucro di avorio.
- Sono loro quindi le tue due più influenti guide...
MF: Si, senz’altro.
- Cosa pensi del colore in architettura.


MEZZASOMA-CHIOSI, CONCORSO DI IDEE PER LA RIQUALIFICAZIONE DI PIAZZA MATTEOTTI A PIETRASANTA, 1992. PRIMO PREMIO.

MF: Adoro i contrasti che definisco “puri” ovvero quelli che non risaltano in modo spiccato, violento, ma si sposano perfettamente, che si fondono in modo sublime. Esempio ineguagliato nello studio dei colori nell’architettura è stata la scuola del De Stijl e dell’architetto Olandese Van Doesburg. I blu, i grigi, i rossi. Sono di una straordinaria eleganza. Nello stesso periodo, le sperimentazioni nel campo della pittura astratta e geometrica di Mondrian e Kandinskij fornivano succulenti fonti di ispirazione a coloro i quali volessero fare studi su tale argomento. Per me il colore in architettura è molto importante, ma devo dire che è possibile usare colori differenti dagli usuali solo se il contesto lo permette. Altrimenti si rischia di accecare l’ esistente o accendere troppo l’oggetto architettonico. In un ambiente moderno ovviamente e non storico è possibile farlo a meno che gli edifici nelle immediate vicinanze siano ugualmente colorate di tinte fuori dall’ordinario. Il colore può rendere meno monotoni gli oggetti ma può anche rovinarli in modo ineccepibile. Se molti edifici, specialmente quelli costruiti in cemento armato precompresso, di quell’orribile grigio sbiadito come alcune stazioni, gasdotti, capannoni industriali, ricoveri per macchinari agricoli, hangar per attività cantieristica, venissero dipinti con morbidi contrasti, la loro bruttezza, sarebbe più sopportabile e meno orribile all’occhio umano.


MEZZASOMA-CHIOSI, CONCORSO DI IDEE PER LA RIQUALIFICAZIONE DI PIAZZA MATTEOTTI A PIETRASANTA, SPACCATO ASSONOMETRICO,1992. PUBBLICAZIONE IN QSA

Vedi, capita sovente che le amministrazioni pubbliche o i privati per opere di grande dimensioni come quelle anzidette, non vogliano spendere molti soldi e ripiegano in un genere di architettura che io odio profondamente ovvero la serializzata, tipizzata, quella fatta con lo stampino. La prefabbricata. Orrore! Però mi è capitato di vedere in molti paesi, specialmente nell’Europa centro settentrionale – Germania, Olanda, Belgio - esempi gradevoli di cosa può fare il colore, come mettere il trucco ad una ragazza non troppo graziosa e renderla quantomeno affascinante. Bisognerebbe seguire il loro esempio.
- Posso farti una domanda difficile?
MF: Adoro le sfide...
- cosa significa essere architetto e perché lo si vuole diventare...
MF: Vedi, essere architetti è una grande responsabilità. Ogni artista - anche se l’architetto lambisce e non appartiene a questa categoria - può permettersi errori, un architetto no. Noi facciamo parte allo stesso tempo a due categorie: l’artistica e la scientifica. Se uno scrittore scrive un libro pessimo, non nocerà a nessuno, tranne che hai suoi sfortunati lettori. Se un pittore allestisce una mostra con quadri orrendi dovrà fare i conti al massimo con la sua coscienza e con coloro che hanno sprecato un’ora del loro tempo per ammirarli. Se un artigiano produce seggiole orribili, nessuno gliele comprerà, e via dicendo. Ma se un architetto progetta un edificio che abbia concettualmente errori nello studio dei flussi, nelle uscite di sicurezza, nei calcoli strutturali, questi possono rilevarsi fatali per la vita dei fruitori. Il prospetto orribile di un quartiere, può disunire una comunità, renderla reietta, emarginata. Al contrario un riqualificazione urbana fatta con cognizione e professionalità può unire, far allacciare rapporti fino ad allora interrotti o mai esistiti.


MEZZASOMA-SERPA, TESI DI LAUREA, PUBBLICATA SULLA RIVISTA RECUPERO E CONSERVAZIONE N. 70, 2005. DE LETTERA EDITORE.

A qualunque categoria professionale un uomo appartenga è sempre soggetto a dure prove quotidiane. Questo genere di lavoro è una lotta. Quotidiana. Con il committente che non vuol sentir storie su questo o quel compromesso, con le amministrazioni pubbliche che non hanno mai denaro sufficiente per potersi permettere questo o quel dettaglio, quel tipo di materiale, il genere di copertura che avevi ideato, il rivestimento che avevi sognato. Occorre il più delle volte scendere a compromessi. Ma sovente regala anche delle soddisfazioni enormi. A volte, di rado purtroppo, quando si ha a che fare con committenti “illuminati” come adoro definirli, che appoggiano le tue scelte, ti assecondano, è tutto diverso. Nessuno, tranne un architetto appassionato, può capire cosa significhi ideare, creare, studiare un progetto e vederlo realizzare così come lo si aveva pensato all’inizio in fase embrionale. Quando non è che una linea, un insieme confuso di macchie, e poi si evolve, e tu lo vedi che nasce, lento. Lo riempi di colori, folli, accesi e segni le parti che più ti attraggono, e ti meravigli di ciò che hai fatto. Il problema è che pochi oltre a me son così innamorati dell’architettura. Tutti o quasi, mentre muovono il mouse o la matita pensano alla notula che andranno ad incassare. Si è perduta la passione, si è affievolito il desiderio nelle cose, la volontà di rimanere ancora qualche anno qui, su questa terra, dopo che si è portati via alla vita. Rimanere, parlare grazie alle proprie opere, perché ci si è messa passione, cuore. Utopia. Wright, Kahn, Horta, sono famosi anche per aver rinunciato alla loro provvigione a volte pur di veder costruire il loro oggetto architettonico così come lo avevano concepito.
- La luce nella casa, nell’edificio pubblico, quanto è importante...
MF: Moltissimo. Io prediligo una luce naturale, comunque sempre filtrata, dalle e nelle grandi masse murarie. Nell’edilizia residenziale adoro utilizzare muri portanti di mattoni e rivestimenti in cemento trattato o naturale, assieme a mattoni faccia a vista. Nel modo degli antichi romani. C’è tanto da imparare da quello straordinario popolo. Seguire passo passo, l’evoluzione dei muri perimetrali di una abitazione, la disposizione degli elementi che cambia, aggraziata, un’opus spicatum, un laterculus, un testacetum, poi cocci mesciati a calce e mattoni, poi una soletta leggera in cemento, e così via...
- Hai detto che per i prospetti ti ispiri a Terragni. In quali termini?
MF: Adoro la sua leggerezza, i suoi moduli, il rapporto fra i pieni e i vuoti, le grandi superfici vetrate. Le sue strutture che si prolungano nel niente. Scenografie architettoniche. Tende di cemento. Se l’opera è in C.A., altrimenti per la muratura faccia a vista mi ispiro ai maestri incontratati Kahn e Wright o ai classici. Credo che punto di arrivo di ogni grande architetto che adora il dettaglio come me, sia la bellezza espressa nei materiali e nei colori dei mercati di Traiano di Apollodoro. Ogni studente in architettura dovrebbe visitarli prima di iscriversi alla facoltà. Vedi, l’architettura per vivere ha bisogno di “messaggi”, “codici”. Si fanno con i colori, o con un adeguato rapporto fra materiali o altrimenti si pervade un opera di ombre. Non c’è niente di più straordinario che vedere un oggetto profuso nelle ombre, che risalta dalla lotta della luce e dell’oscurità. Ricerca, studio, indagine conoscitiva. Cognitiva. I dettagli di Wright, Kahn, che presero in prestito e astrassero dall’architettura romana e dall’architettura precolombiana. I dettagli dei contemporanei Botta e Carmassi, maestri moderni come Scarpa o Dieste. L’architettura non solo si vede, ma si tocca, si annusa. Follia? Pensa ad accarezzare una parete in muratura di mattoni, lisci e poi spicati, e poi di nuovo posti a coltello e poi ruotati. Immagina di trovarti davanti ad una villa circondata di ciclamini. Questo è il messaggio, chiudi gli occhi e pensi, sono davanti casa.
- Quindi un’architettura che la si possa leggere attraverso ogni tipo si senso.
MF: Certo. Anche uditiva. Se si prende un bastone e si passa veloce lungo una ringhiera, un muro perimetrale esterno, dall’alto verso il basso in un prospetto, si comprende il materiale. Suono. Architettura. Messaggio.
- Quindi ricapitolando, per te l’architettura è fatta di suoni, colori, profumi, rapporto fra pieni e vuoti...,luci e ombre.
MF: L’architettura è il suono più soave che uomo possa produrre, reso solido dal divenire. Un concerto di sensazioni, emozioni, una danza eterna di luci e ombre,pieni e vuoti, colori e bianco e nero. Sfumature. Linguaggio dei materiali, messaggio di una mente, codice geometrico, figure e volumi, suadenti dettagli, ventre dei fruitori. L’architettura sconfigge il tempo.
- E l’uomo Filippo, può sconfiggere la propria sorte?
MF: Se mi siedi accanto... come hai sempre fatto, è probabile. Ogni artista può essere eterno, non carne, né corpo, ma spirito, anima. Aleggia silente fra le proprie opere. Fra i mattoni che ha voluto posati in un certo modo, nella luce che ti avvolge. Si ferma l’orologio del tempo.
- Bello, credo di aver capito cosa intendi. Vuoi che ti faccia compagnia anche stanotte?
MF: Si, certo, ho bisogno di te, ti voglio sempre accanto, ma vorrei poterti parlare, quando mi guardi e mi guidi in ciò che faccio...
- Lo sai che non è possibile. Era solo per adesso. Ora.
MF: Niente di più crudele; mi accontenterò delle tua presenza allora, meravigliosa, preziosa, bellissima, soave fantasia.















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© Filippo Mezzasoma Architetto - tutti i diritti riservati